Ecco la Stazione Centrale di Milano che vedremo nel 2008

Stazione_Centrale_Milano4La trasformazione da luogo di passaggio a punto di incontro e di riferimento commerciale per viaggiatori e cittadini.

La stazione ferroviaria non più come semplice luogo di arrivo o di partenza, ma come punto di riferimento dell’intera città. Questo l’ambizioso proposito che si è posta “Grandi Stazioni”, la società di servizi del Gruppo Ferrovie dello Stato incaricata di riqualificare i 13 principali scali ferroviari italiani. Un lavoro di proporzioni mastodontiche, in considerazione del fatto che le strutture su cui si vuole intervenire hanno dimensioni e complessità strutturali fuori dal comune.

Basti pensare alla Stazione Centrale di Milano e agli interventi di restauro e riqualificazione che la stanno interessando e che termineranno nel marzo 2008. Poco più di due anni, i lavori sono iniziati nel gennaio 2006, per regalare allo scalo milanese un nuovo aspetto. Non solo restauro, per essere subito chiari, ma un intervento globale che modifica in modo deciso l’aspetto e la funzionalità dei diversi ambienti che la compongono.

Un progetto nato tra le polemiche

Un progetto che, al momento, della sua presentazione, aveva fatto storcere il naso a più di uno, tanto da portare, nel 2005, alla stesura di un appello firmato da 50 personalità e 19 associazioni milanesi in cui si chiedeva di modificare alcuni interventi. Il timore era quello di vedere l’amata stazione meneghina – recenti rilevamenti hanno sottolineato che i milanesi amano molto questo luogo – deturpata da interventi volti si alla funzionalità, ma poco rispettosi degli elementi architettonici e decorativi voluti e creati, alla fine degli Anni ’20, dal progettista Ulisse Stacchini.

Grandi Stazioni assicura che nulla verrà sacrificato. “Il progetto coniuga il ripristino della qualità architettonica e i valori spaziali di questo grande complesso monumentale – si legge nella pubblicazione “Il progetto di restauro della Stazione di Milano Centrale” – con l’ammodernamento dei servizi erogati al pubblico”.

Superfluo aggiungere che gli interventi, posti sotto la supervisione del Direttore dei lavori Antonio Acerbo, sono controllati e condivisi dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, nonché dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici di Milano.

Ma vediamo in che cosa consistono questi interventi, suddividendo la Centrale nei tre grandi ambienti di servizio posti al di qua dei binari.

La sala delle carrozze

È quella più esterna, che subirà i maggiori cambiamenti. Anzitutto sparirà il transito e il parcheggio dei taxi, che verranno spostati lateralmente, all’esterno della struttura.

Il grande atrio, le cui volte sono poste a 28 metri di altezza, diventerà un grande spazio pedonale, cui si potrà accedere lateralmente o attraverso le uscite della metropolitana, non più sistemate dove sono adesso (con le uscite in parte all’aperto, a ridosso della facciata) ma ai due lati del salone.

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Non più scale mobili, inoltre, ma tapis roulant, più rispettosi e comodi per chi si muove con bagagli ingombranti e, soprattutto, utilizzabili anche dalle persone con invalidità.

Una particolarità che accomuna questa alle altre sale: le pareti e la volta all’occhio appaiono costruite nel medesimo materiale, marmo splendente (soprattutto dopo la pulitura!). Ma non è così: il materiale nobile raggiunge solo il livello delle grandi vetrate (poco più di tre metri di altezza): da lì in su è tutto travertino. Un ingegnoso sistema per rendere pareti e volta più leggere e, perché no, visto il periodo non certo florido in cui la Stazione Centrale è stata innalzata – quello degli Anni ’20-’30 del secolo scorso – per risparmiare non poche lire.

L’atrio delle biglietterie

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Potremmo chiamarlo, ormai, “atrio ex biglietterie”. Perché questa sala, la più ampia in altezza visto che le volte sono poste a oltre 40 metri dal suolo, verrà riservata all’accoglienza e potrà essere utilizzata per ospitare mostre e avvenimenti di vario genere.

La parete dove oggi sono poste le biglietterie verrà “sfondata”. Da qui si accederà a un nuovo spazio, ottenuto recuperando la parte finora più segreta della stazione, quella che sta sotto i binari, che in passato ospitava depositi e locali di servizio per i ferrovieri. Qui verranno poste le nuove biglietterie, gli uffici di servizio e, grande novità, un’ampia sezione riservata allo spazio commerciale, con negozi e grandi store che accoglieranno i viaggiatori in attesa ma anche i cittadini milanesi desiderosi di fare acquisti di ogni genere.

La sala di testa

Dal punto di vista decorativo è la più ricca, con le grandi tavole dedicate alle città d’Italia,  grandi lucernari e il pavimento decorato a mosaico. Da questa sala spariranno tutto gli esercizi commerciali “posticci”, che ne occupano la superficie con efetti devastanti dal punto di vista estetico.

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Già oggi è possibile immaginare quanto incideranno i lavori di strutturazione. Grazie a un sistema di ponti meccanizzato, che si sposta lungo la volta man mano che gli interventi vengono effettuati, grandi porzioni del salone ci appaiono già nel loro nuovo splendore: vetrate luminose, pareti e volta interamente ripulite, tevaole delle città cui sono state restituite le brillanti tonalità delle origini. Niente a ceh vedere, insomma, con ciò cui eravamo abituati.

Dalla biglietteria si accederà alla sala superiore attraverso due tapis roulant. Per la loro posa verranno rimosse grandi porzioni di mosaico. «Non andranno perse – assicurano i responsabili dei lavori di restauro –: saranno somtate e ricostruite in altre posizioni senza intaccarne la qualità. E i tasselli che avanzeranno verranno utilizzati per coprire i molti “buchi” che nel tempo si sono venuti a creare un po’ ovunque».

Grandi Stazioni SpA

Tutto è cominciato nel 2000 con lo scalo Roma Termini

Grandi Stazioni SpA è la società appartenente al Gruppo Ferrovie dello Stato cui è stato affidato il compito di gestire e riqualificare le 13 principali stazioni ferroviarie del nostro Paese. Scali che sono ben distribuiti sul territorio nazionale, da Palermo a venezia.

Eccoli nel dettaglio: Roma Termini, Milano Centrale, Torino Porta Nuova, Firenze Santa Maria Novella, Bologna Centrale, Napoli Centrale, Venezia Mestre, Venezia Santa Lucia, Verona Porta Nuova, Genova Piazza Principe, Genova Brignole, Palermo Centrale e  Bari Centrale.

La società ha un 40% di partecipazione privata. Se infatti il 60% dell’azienda è detenuto dal Gruppo FS, al quale Grandi Stazioni è legata da un contratto quarantennale, la porzione restante fa capo a EuroStazioni SpA, gruppo di cui fanno parte Benetton, Pirelli, Caltagirone e SNFC Socité Nationale des Chemins de Fer.

Il primo intervento di Grandi Stazioni ha interessato lo scalo di Roma Termini, nel 2000, in occasione del Giubileo. Un banco di prova che, come sottolinea Enrico Aliotti, amministratore delegato della società, ha «decretato a livello internazionale la validità del modello di gestione messo a punto». Modello che, a partire dalla fine del 2002, Grandi Stazioni ha inoltre deciso di esportare all’estero, acquisendo la riqualificazione e la gestione della Stazione Centrale di Praga e dei due scali principali della Boemia, quelli di Karlovy Vary e di Marianske Lazne.

Per quanto riguarda gli scali ferroviari italiani, il progetto di intervento prevede un investimento complessivo, per i prossimi anni, di circa 600 milioni di euro, che verranno utilizzati per il rinnovo delle aree interne ed esterne dei complessi.

(articolo pubblicato sul quotidiano “Cronaca Qui” di mercoledì 19 settembre 2007)

Bufale, quando l’informazione disinforma

 

informazione_disinformaChe cos’è una bufala? Un animale con grosse corna che vive in Maremma, dirà qualcuno. Una mozzarella dal sapore forte e gustoso, risponderà qualcun altro.

Giusto, ma non solo. In gergo giornalistico tale termine indica una notizia che si rivela totalmente infondata; un classico, a volte tragico, errore di chi scrive. Ma la bufala è sempre e solo un errore, dovuto alla disattenzione, alla pigrizia o alla cattiva informazione del giornalista? Non è forse, a volte, il frutto di un losco disgeno ideato da taluni per cercare una situazione di disgio nel confronto di altri?

Abbiamo posto questo interrogativo ad alcuni addetti ai lavori e il quadro che ne sce non è dei più consolanti.

«Il giornalismo è una scienza imperfetta – attacca Beppe Severgnini, inviato e opinionista del Corriere della Sera e dell’autorevole rivista inglese The Economist – si ha sempre fretta, i tempi sono ristretti e le notizie non sempre facilmente controllabili: gli errori sono possibili. Le bufale non mi preoccupano, temo di più le bestie – scherza Severgnini –. È il giornalista che deve capire se sia il caso di pubblicare un’informazione non sicura al cento per cento. Le conseguenze possono essere anche tragiche e, nella maggior parte dei casi, nemmeno una smentita può porvi rimedio. Il grande Missiroli diceva: “Una smentita è una notizia data due volte”, condivido la sua analisi».

«Bisogna distinguere tra le bufale che riguardano la cronaca e quelle politiche – allarga il discorso Giorgio Lazzarini, inviato del settimanale Chi –; riguardo le prime, credo che nessuno sia così ingenuo da crearle di proposito, rischiando una querela. La loro causa è la fretta, credo nella buona fede della maggior parte dei miei colleghi. I pochi sconsiderati che usano informazioni senza fondamento per creare scoop sono l’eccezione, non la regola. La questione è diversa se entriamo nel mondo della politica. Qui assistiamo giornalmente ad attacchi a personaggi pubblici, basati su vicende del tutto inventate destinate a sgonfiarsi in breve tempo».

Quindi esiste la bufala, diciamo così, volontaria? Daniele Vimercati, direttore del rinato settimanale Il Borghese, non è così categorico: «Nonostante l’apparenza, non sempre è così. Spesso il lettore e i colleghi vedono complotti anche dove non ci sono: molte volte si tratta di puri errori tecnici. Credo che la pigrizia e la poca umiltà di chi scrive siano le maggiori cause della cattiva informazione».

Di ben altro avviso è, invece, Umberto Gay, giornalista-politico, capogruppo di Rifondazione Comunista al Comune di Milano: «Negli ultimi quindici anni questi fenomeni di pressapochismo giornalistico sono aumentati vistosamente. Alla base di ciò ci sono due motivi: la pressione degli editori che guardano alla quantità di copie vendute più che alla qualità del prodotto e la progressiva perdita di professionalità di chi scrive: la ricerca delle verifiche è ormai considerata un optional. Penso alle “brillanti operazioni”, agli “avvisi di garanzia”, agli “scandali politici” e via dicendo: la maggior parte di quello che leggiamo o ascoltiamo viene smentito dopo pochi giorni…

Così la pensa anche Don Armando Cattaneo, direttore di Circuito Marconi, network delle emittenti diocesane: «Incompetenza e fretta, queste le cause. Oggi i giornali si fanno davanti ai terminali, si è perso ogni contatto con la gente, con la realtà; se poi aggiungiamo la mancana di professionalità di alcuni signori, il quadro è completo».

 

Articolo pubblicato sul mensile “Informare”, marzo 1997

Tiziano Sclavi, l’uomo da un milione di copie

img_8554Tiziano Sclavi, creatore di Dylan Dog, il personaggio del fumetto che ha riscosso più successo di sempre in Italia, ci racconta come è diventato sceneggiatore di fumetti e ci parla della sua grande passione di oggi, quella per gli animali.

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Se devi andare a intervistare Tiziano Sclavi, ti immagini di dover superare ostacoli di ogni genere e natura, varcare porte che conducono all’ignoto, combattere con zombie e fantasmi che spuntano un po’ ovunque. Perché Sclavi, che di cose nella vita ne ha fatte davvero tante, è conosciuto soprattutto per essere il creatore di Dylan Dog, il personaggio dei fumetti più famoso d’Italia (insieme a Tex), protagonista di storie horror vissute in una Londra gotica e dalle mille sorprese.

Ti immagini tutto questo e ti rassicuri solo quando vedi quel tranquillo gentiluomo di campagna che, insieme alla moglie e ai loro sette amici a quattro zampe, ti viene incontro sorridente. Niente zombie, ti dici, meno male… e puoi così cominciare la tua intervista.

Cominciamo proprio da questi simpaticissimi cani. Una grande passione, lo si capisce, e forse anche una scelta di vita…

«Sì, dopo tanti anni vissuti in città, a Milano, venire a stare in campagna ci ha dato la possibilità di scoprire queste meravigliose creature. Viviamo qui insieme a sette cani e a due gatti, che rischiano ogni volta di aumentare di numero perché i nostri amici, che conoscono la nostra passione, ci portano cuccioli a ripetizione e io tendo a innamorarmene al primo colpo. Ma devo dire che l’amore è totale per tutti gli animali. Ecco, forse escluse le zecche e le zanzare…».

Una passione che si sta trasformando in qualcosa di utile per tutti i nostri amici a quattro zampe. Ce ne vuole parlare?

«Da sempre ho cercato di aiutare un po’ tutti gli animali in genere, con donazioni ad associazioni che a vario titolo si occupano di loro. Ma adesso abbiamo deciso, mia moglie e io, di fare qualcosa di più, cioè creare una fondazione che venga gestita da veterinari di fama internazionale e che si occupi della ricerca per le malattie cardiopolmonari di cani e gatti. Si chiamerà “Fondazione Otto” dal nome del nostro primo cane, salvato da una terapia che in genere non viene utilizzata sugli animali».

Come si combina questo amore smisurato per gli animali con quello per l’horror?

«Ma… finché negli horror ammazzano le persone mi va bene, se ammazzano gli animali un po’ meno!  Anche se questo è un cliché quasi inevitabile, nel cinema di quel genere. Fateci caso, se in un film c’è una famiglia con il cane, il primo a morire sarà proprio l’animale. Non se ne può davvero più…».

Parliamo dei suoi esordi. Quando ha capito che poteva diventare uno sceneggiatore di fumetti?

«Molto presto. Ho sempre amato i fumetti, tanto che da bambino volevo fare il disegnatore, anche se non ne avevo le capacità. La voglia di scrivere le sceneggiature mi è venuta leggendo Linus, la rivista di fumetti degli Anni ’60 su cui scriveva gente come Oreste Del Buono e Umberto Eco. Avevo 14 anni e già scrivevo racconti. In seguito ho cominciato a collaborare con il Corriere dei Ragazzi, dove ho trovato persone che mi hanno dato fiducia e hanno influito molto sulla mia formazione come Grazia Nidasio (creatrice di Valentina Melaverde, ndr) e Alfredo Castelli, che mi chiese di scrivere alcune storie dei suoi personaggi, “Gli Aristocratici”. A un certo punto sono stato assunto dal Corriere, al posto di un certo Ferruccio De Bortoli, che lasciò la testata dei piccoli per entrare in quella dei grandi…».

E poi c’è stato il passaggio alla Bonelli, la casa editrice per cui da lì a qualche anno avrebbe creato Dylan Dog. Come ci arrivò?

«Collaboravo con loro già da un po’ di tempo. Un giorno sono andato lì e ho chiesto: “Non avete un posto per me?”. Ce l’avevano. All’inizio eravamo in tre: Sergio Bonelli, un grande amico che mi manca tanto, il direttore Decio Canzio e io. Erano i primi Anni ’80, un’epoca non tanto buona per i fumetti. Dopo qualche scelta editoriale non proprio felice abbiamo deciso di pensare a nuove serie per i nostri album. È così che è nato Dylan Dog».

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Il primo numero di Dylan Dog
Un successo strepitoso, anche un milione di copie vendute in un mese. Quando l’ha creato pensava che sarebbe andata così?

«No, nessuno poteva immaginarlo. Ma piacque subito, fu un successo davvero travolgente. Probabilmente quel personaggio ha saputo catalizzare su di sé le angosce, i malumori dei giovani del momento. Un’epoca in cui l’horror riscuoteva un buon ritorno e si andava ad affermare lo splatter come genere nuovo».

A Dylan Dog ha fatto vivere le avventure più fantasiose, fantastiche e agghiaccianti. Da dove le sono venute, tutte quelle idee?

«Di sicuro non dalla vita reale… io non le ho certo vissute. Non so, forse uno un po’ ci è portato, poi aiutano le letture. E io ho sempre letto molto».

Non c’è il rischio che una personalità forte come quella di Dylan Dog finisca con prevalere, nel tempo, su quella del suo stesso autore?

«Prevalere no, ma influenzare certe scelte di vita, quello sì. Per fare un esempio, io non conoscevo l’heavy metal, genere molto amato, invece, da Dylan Dog. Ma con il tempo lui mi ha trasmesso la passione e sono diventato anch’io un amante di questa tipologia di musica…».

C’è un fumetto, nel panorama italiano e internazionale che avrebbe voluto creare lei?

«Ce ne sono tanti… forse i Peanuts, i personaggi di Schultz con Linus e Charlie Brown. Ma ho una certezza: se dovessi rinascere vorrei reincarnarmi in René Goscinny, il creatore di Asterix, Lucky Luke e molti altri. Lo considero un genio assoluto».

Qual è il futuro del fumetto? Se lo immagina, lei, Dylan Dog sul tablet?

«Come no! Sono un appassionato di tecnologia, ho strumenti digitali sparsi per tutta la casa, credo che in futuro sarà una cosa del tutto normale. Anche se credo, come diceva Sergio Bonelli, che il fumetto d’autore resterà comunque su carta e diventerà un prodotto d’élite, molto prezioso».

Per concludere, signor Sclavi, dica la verità: a lei un po’ gli zombie sono simpatici…

«Tutti i mostri mi sono simpatici, perché mi identifico. Perché, in verita, io sono i mostri!».

Il tutto accompagnato da un lampo improvviso negli occhi. Ecco, c’era da aspettarselo, altro che tranquillo gentiluomo di campagna

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(Articolo pubblicato su “Pleiadi” Creval Magazine n. 63, ottobre 2013)

Brad e Angelina felici a Cannes, allarme rientrato

 

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Angelina Jolie e Brad Pitt

Brad Pitt e Angelina Jolie, sono bastate indiscrezioni su una loro presunta crisi di coppia per destare la curiosità dei fan di tutto il mondo, che aspettavano al varco i due attori sul tappeto rosso del Festival del Cinema di Cannes.

 

 

I loro fan sparsi nel mondo li attendevano con impazienza. Sognavano di vederli sul tappeto rosso del Festival del Cinema di Cannes, belli e innamorati come sempre. E loro non hanno deluso l’aspettativa percorrendo, abbracciati come due fidanzatini davanti a decine di fotografi impazziti, il percorso riservato alle stelle del cinema predisposto sulla Croisette, il lungomare della famosa località della Costa Azzurra.

Loro, neanche a dirlo, sono Brad Pitt e Angelina Jolie, la coppia più famosa, glamour, bella e ricca dello star system hollywoodiano. Si sono presentati così: lui in completo classico targato Tom Ford, lei fasciata da uno splendido abito rosa Versace, caratterizzato da uno spacco vertiginoso e da una scollatura totale lungo la schiena.

Una situazione normale, verrebbe da dire, per la coppia di star che più ha fatto parlare di sé in questi ultimi anni, da quando, galeotto il set del film “Mr e Ms Smith”, era il 2005, i due decisero di unire le loro esistenze, dando vita nel tempo a un nucleo famigliare alquanto eterogeneo, composto oggi da sei figli, tre adottati (Maddox, 7 anni, da Angelina nel 2001; Pax Thien, 5 anni, e Zagara, 2 anni, dalla coppia) e tre naturali (Shiloh, nata nel 2006 e i gemelli Knox Leon e Vivienne Marcheline, gli ultimi arrivati, nati nel luglio del 2008).

 

La depressione post parto di Angelina

Ma di normale a Hollywood e dintorni, come si sa, non c’è niente.

Negli ultimi tempi le voci che si erano diffuse sui giornali di gossip dell’intero pianeta avevano infatti ipotizzato che l’unione della coppia stesse vivendo un periodo di grande crisi.

Tutto, si diceva, era cominciato lo scorso anno, quando Angelina aveva subito una molto umana, lei che spesso viene considerata tutto meno che “umana”, depressione post parto.

Per una donna abituata a vivere sotto i riflettori, attrice osannata, considerata tra le più belle del mondo, fortemente impegnata nel sociale, non deve essere stato facile ritrovarsi rinchiusa in una seppur bellissima casa ad accudire i gemelli appena nati, prestando attenzione, tra l’altro, a non creare scontenti negli altri bambini, tutti bisognosi di altrettanto se non superiore affetto.

Una situazione gestita, come pare abbia sostenuto la stessa Jolie, senza l’aiuto sostanziale di Brad, impegnato a promuovere, lontano dalla famiglia, la sua carriera e i suoi ultimi film.

Un’accusa rispedita al mittente da Pitt che, per non essere da meno, avrebbe nel frattempo accusato la compagna di lasciarlo troppo spesso solo con i figli, venendo meno ai propri doveri di moglie e di mamma. Insomma, fino a qui schermaglie tutto sommato contenute, all’apparenza inevitabili tra due persone super impegnate, che si trovano a fare i conti con una notorietà senza paragoni e con le regole ferree dello spietato mondo del cinema americano.

 

Brad e Jennifer, ritorno di fiamma?

Una situazione che probabilmente non avrebbe avuto strascichi se il buon Brad non avesse però cominciato a frequentare, con una frequenza a dir poco sospetta, l’ex moglie Jennifer Aniston. La prima volta durante il Film Festival di Toronto, poi a Malibù, quindi a New York: gli avvistamenti dei due ex si sono succeduti nel tempo scatenando la fantasia dei gossippari e l’ira della bella Angelina.

Pitt ritorna con la Aniston? La notizia è di quelle da prima pagina e nessun giornale del settore ha saputo rinunciarvi. Del resto una conclusione di questo tipo farebbe felici centinaia di migliaia di donne sparse per il globo, che da sempre fanno il tifo per Jennifer.

Da una parte lei, l’ex moglie abbandonata, bella e discreta, con un look e un atteggiamento tipico della “ragazza della porta accanto”, mai sopra le righe e sempre fedele al personaggio, tra quelli da lei interpretati, che meglio la incarna: la Rachel di “Friends”, la popolare serie televisiva che le ha donato il successo.

Dall’altra la donna che tutti gli uomini desiderano, sex symbol planetario, dal carattere forte e aggressivo, con un corpo perfetto, ricoperto di tatuaggi e spesso generosamente mostrato, con una carriera cinematografica esplosiva, basata su film che, più per la sua presenza che per la loro qualità, sbancano costantemente il botteghino.

La “vittoria” di Jennifer: che bella rivincita, sarebbe, per le ragazze cosiddette “normali”.

 

L’allarme è rientrato, forse…

E invece ora tutto sembra rientrato. Gli sguardi d’amore che Brad e Angelina si sono scambiati davanti ai teleobiettivi sul red carpet di Cannes, dove l’attore ha partecipato alla presentazione del suo ultimo film, “Inglorious Basterds” diretto da Quentin Tarantino, hanno spazzato tutto come una folata di vento improvvisa, mettendo a tacere le voci di rottura imminente.

Ma siccome a Hollywood e dintorni, come si sa, non c’è niente di normale, non ci sarebbe da stupirsi se questa alla fine si rivelasse una nuova, semplice puntata della telenovela che i due attori hanno messo in campo dal momento in cui si sono conosciuti.

Insomma, gli ammiratori e i denigratori di Brad e Angelina stiano tranquilli: sentiremo ancora parlare di loro (nel bene e nel male!).

 

(articolo pubblicato sul settimanale “Grand Hotel”, n.  29 del 17 luglio 2009)

Il tempo di Rolex


IMG_6056_CIPOLLE 3È la marca leader mondiale degli orologi di lusso e l’Italia è, oggi più che mai, protagonista di questo primato. E pensare che tutto è cominciato da un’amicizia…
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La Maison Rolex, in Italia, ha sede in una delle vie più centrali di Milano. Ma sul palazzo che la ospita, a pochi passi dal Teatro alla Scala, non appare nemmeno un marchio della famosa Casa svizzera di orologi. Una riservatezza che sorprende, vista la sua notorietà e la sua diffusione nel mondo.
Del resto in Rolex sono così, da oltre un secolo. Da quando sono nati gli orologi “con la corona”, la maggiore attenzione viene posta sulla sostanza, cioè sulla qualità e sulla perfezione dei prodotti. Ma anche sull’eleganza, come ben sanno uomini e donne di tutto il mondo che ogni giorno portano al polso uno dei modelli della Casa di Ginevra.
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Ne parliamo con Gianpaolo Marini, Amministratore Delegato di Rolex Italia.
Dottor Marini, come è nata l’avventura di Rolex nel nostro Paese?
«È una storia che amo raccontare. Risale agli anni Venti dello scorso secolo, quando Franco Locatelli, una persona intraprendente e umile, emigrò in Svizzera in cerca di lavoro. Casualmente e simpaticamente entrò in contatto con i coniugi Wilsdorf. Lui, Hans, era il fondatore della Rolex. Questa amicizia, per Locatelli, si trasformò col tempo nell’opportunità professionale di diventare, nel 1932, il rappresentante degli orologi in Italia».
Una storia d’altri tempi… Fu subito un successo, per gli orologi Rolex in Italia?
«No, gli inizi furono difficili. Perché quelli proposti erano prodotti innovativi, che rompevano con il passato. Di moda erano ancora le “cipolle”, a quei tempi, e gli orologi Rolex da polso, con meccanismo automatico, erano davvero qualcosa di mai visto prima. Poi, non bisogna dimenticare che siamo negli anni che precedono la Seconda Guerra Mondiale, contraddistinti dal blocco dei mercati. E il fondatore di Rolex, il signor Wilsdorf, pur di origini tedesche, aveva iniziato la sua attività in Inghilterra, dove si era trasferito perché là risiedevano i migliori tecnici orologiai di inizio ’900…».

Quindi fu tutto rimandato a dopo la fine della guerra…
«No perché la Rolex ebbe l’opportunità di soddisfare le esigenze della Marina Militare Italiana che voleva dotare i suoi sommozzatori di un orologio che potesse resistere all’acqua e alle profondità marine per più ore. Una delegazione segreta italiana si recò a Ginevra e ottenne un certo numero di movimenti Rolex che furono poi adattati a casse d’orologi Panerai, appositamente create per evidenti necessità “autarchiche”. La cosa curiosa fu che i famosi incursori italiani guidati da Durand de la Penne, che affondarono due corazzate inglesi nel porto di Alessandria d’Egitto, portavano al polso orologi italiani, contenenti movimenti Rolex svizzeri, creati da un tedesco emigrato in Inghilterra!».

Ma poi la guerra finì, e per gli orologi Rolex iniziò una nuova vita. Fu a questo punto che la sua famiglia diventò protagonista dell’affascinante storia della marca svizzera?
«Sì. Locatelli si rese conto che, vista la mole di lavoro sopraggiunta, occorreva creare una vera catena di distribuzione. Si mise dunque in società con un orologiaio di Milano, Ronchi, e con un commercialista, Renato Marini, mio padre. Con loro cominciò a importare orologi dalla Svizzera per rivenderli in Italia. Ma si era nel dopoguerra e le restrizioni volevano che si potesse importare solo a fronte di un’equivalente esportazione. Serviva una compensazione, dunque, e fu trovata, in modo geniale, vendendo oltre le Alpi i fiori di San Remo e il sughero della Sardegna. Questo avvenne fino agli anni Cinquanta, quando la bilancia dei pagamenti si stabilizzò».
Facciamo un salto in avanti. Si può dire che gli anni Sessanta, anche per Rolex, siano stati gli anni del boom definitivo?
«Furono decisivi per l’affermazione del marchio nel nostro Paese. Parliamo degli anni in cui fu lanciato il Submariner e in cui, per la prima volta, si pensò agli orologi da polso per signora, metà in acciaio e metà in oro. Rappresentarono entrambi un successo incredibile, grazie anche all’innovativa attività di marketing messa in campo. L’idea fu quella di individuare personaggi famosi – uomini e donne di cultura e del mondo dello sport – che comunicassero il fascino di indossare questi orologi. La prima testimonial fu la tedesca Mercedes Gleitze che nel 1927 attraversò a nuoto la Manica – prima donna a farlo – naturalmente indossando un Rolex. E quando nel 1953 Edmund Hillary conquistò l’Everest, portava al polso un Rolex, così come c’era un Rolex sul batiscafo Trieste che, qualche anno prima, si era immerso nella Fossa delle Marianne a una profondità di quasi 11mila metri…».
Da quegli anni i vostri testimonial si sono moltiplicati. Ce n’è uno cui siete legati in modo particolare?
«Ne sono passati tanti, dai primi a quelli dei giorni nostri, come il tennista Roger Federer. Tutti importanti, per noi. Ma, forse, quello cui siamo più legati è Placido Domingo, il tenore spagnolo che è con noi da anni e partecipa ad alcuni progetti filantropici promossi dalla nostra maison, come “Operalia” un concorso di musica e canto per giovani talenti, selezionati proprio dal maestro».
E veniamo ai nostri giorni. Ormai le ore le leggiamo ovunque: per strada, sui telefoni cellulari, sul computer… Quale futuro ha l’oggetto “orologio da polso”? Resisterà a tutti questi attacchi?
«Siamo sicuri di sì. Del resto nel recente passato, negli anni Settanta, il mercato svizzero è riuscito a controbattere un altro pesante attacco, quello portato dagli orologi digitali. Dopo alcuni anni di crisi siamo riusciti a reimpossessarci del mercato mondiale, grazie alla qualità e al fascino indiscusso delle nostre produzioni. E ora è proprio il mercato dell’est, quello che fa capo a Singapore e a Hong Kong, quello in cui Rolex spopola…».
E l’Italia, quale posto occupa nella graduatoria del mercato di Rolex?
«Il mercato italiano è il primo in Europa ed è sempre ai primissimi posti a livello mondiale. Due anni fa abbiamo registrato il miglior risultato di sempre, qui da noi, una grande soddisfazione, dovuta anche al fatto che i nostri prodotti oltre a essere sinonimo di qualità duratura, tendono a rivalutarsi nel tempo».
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(Articolo pubblicato su “Pleiadi” CrevalMagazine numero 59 – Ottobre 2011)

Libro mio, quanto mi costi!

libri_scuolaQuali fattori determinano il prezzo dei libri scolastici? Le case editrici ci mettono del loro, certo, ma anche altri fattori contribuiscono a svuotare sempre più i portafogli dei genitori dei ragazzi che frequentano le nostre scuole.

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Ogni anno è la stessa storia: i libri scolastici aumentano di prezzo e i poveri studenti, ma soprattutto i loro poveri genitori, debbono sobbarcarsi spese che, ormai, hanno raggiunto cifre da capogiro. Un libro costa mediamente attorno alle 40-50mila lire; se calcoliamo le materie di insegnamento – e a volte per ognuna di esse occorre più di un testo – il calcolo è presto fatto.

Di chi è la responsabilità di questo caro-prezzi? Delle case editrici, si dice. Ma è proprio così?

Per aver una risposta esauriente a tale quesito, bisogna tenere conto di vari aspetti.

Le case editrici, sì, ma non è solo colpa loro

Primo responsabile è l’aumento vertiginoso del costo della carta. Ne sanno qualcosa anche i giornali, molti dei quali, proprio per questo motivo, hanno dovuto chiudere i battenti. In secondo luogo, determinante è la continua diminuzione del numero degli studenti, con sezioni – se non scuole intere – che vanno via via scomparendo.

Inoltre si è vieppiù diffuso – e non è un male, sia chiaro – il mercato dell’usato, che determina un’ulteriore diminuzione della domanda di testi che, come il più elementare dei principi economici insegna, provoca un aumento dei prezzi.

Ma le case editrici? Anch’esse hanno le loro responsabilità. Anzitutto perché spesso immettono sul mercato testi che, seppur presentati come capolavori, si rivelano ben presto dei clamorosi flop: le spese di produzione, di propaganda, di distribuzione vengono poi recuperate su tutto il resto del catalogo.

In secondo luogo – proprio per controbattere il mercato dell’usato – fanno uscire ‘Nuove Edizioni’ che di nuovo hanno, a volte, la copertina e poco più. I professori sono costretti a uniformare i testi in possesso degli studenti, provocando così spese inutili per le famiglie.

Il comportamento poco responsabile di alcuni professori

E i professori? Sono esenti da responsabilità? Con grande sensibilità nei confronti del problema, il corpo dei docenti tende ad allungare sempre più nel tempo l’adozione dei testi, così da consentire un passaggio di questi tra gli studenti. Lo dimostrano i dati: per affrontare il primo anno di una scuola superiore vengono spese – suppergiù – 600mila lire; gli anni seguenti la spesa cala sensibilmente.

Ma, a volte, alcuni professori – solo alcuni, giusto ribadirlo – in fase di propaganda eccedono in richieste di libri da avere in saggio, e non sempre la richiesta di tali testi è finalizzata a una futura, eventuale adozione. Il prezzo di ogni libro regalato dalle case editrici viene pagato non dalle stesse, né dal professore esoso: chi ci rimette sono, ancora una volta, le famiglie degli studenti.

(Articolo pubblicato nell’aprile 1997 sul mensile “Giornale di Tirano”)

Mario Calabresi, la curiosità è la mia passione

mario-calabresiIl direttore del quotidiano “La Stampa” racconta i suoi sentimenti per il giornalismo, la fotografia e gli Stati Uniti, dove ha vissuto, da inviato speciale, per molti anni.
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Mario Calabresi è ormai da tutti considerato uno scrittore di successo ed è divenuto, dalla scorsa primavera, anche un personaggio televisivo, grazie alla conduzione del programma di Rai 3 “Hotel Patria”. Un carnet ricco di impegni, ma il suo lavoro principale resta comunque e sempre quello di direttore del prestigioso quotidiano torinese “La Stampa”, che guida dal 2009, quando aveva solo 39 anni.
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Tra le sue passioni spicca quella per il mondo a stelle e strisce, nata per avere lavorato a lungo negli Stati Uniti come inviato dei quotidiani “La Stampa” e “La Repubblica”. Per il primo ha raccontato ai lettori l’orrore, la costernazione e la rabbia del popolo americano in occasione degli attentati alle Torri Gemelle. Per il secondo ha invece vissuto in diretta le elezioni presidenziali del 2008, quelle che hanno portato Barack Obama alla Casa Bianca.
Direttore, partiamo proprio da questa passione. Sappiamo che gli Usa le sono rimasti nel cuore. Che cosa le manca della sua vita da inviato oltreoceano?

«Lo spazio. È la prima cosa che mi viene in mente. Quello fisico: le grandi distese, le strade, le pianure. Ma anche quello mentale, dato dagli infiniti orizzonti di possibilità che l’America offre in quasi ogni campo: penso ad esempio alle università o all’enorme varietà delle occasioni culturali presenti ogni giorno. Un’offerta eterogenea grazie alla quale ognuno, se vuole, può veramente avere uno sguardo sulla complessità del mondo. Degli Stati Uniti, poi, oltre al basket che pratico nel mio tempo libero, ho anche un ricordo particolare sulle banche. Sono ancora cliente di una grande banca nella quale avevo aperto un conto corrente: quando ci dovevo andare ero pervaso da un forte senso di ansia, quasi di paura. Per disporre dei miei soldi dovevo esibire documenti, estremi del conto in un clima tutt’altro che gradevole e quasi di sospetto, a persone sempre diverse di cui nemmeno sapevo il nome o il ruolo: avevo la netta percezione di essere un asettico numero. Un’altra cosa: lì ho visto amici e conoscenti che hanno veramente avuto paura che le banche fallissero e hanno suddiviso i loro risparmi su più istituti. In Italia una cosa impensabile».

Nella sua esperienza di vita, professionale e non, lei appare assetato di conoscenza. È la curiosità il suo segreto?

«Credo proprio che abbiate colto nel segno: quando ho dovuto sostenere l’esame per diventare giornalista, mi hanno chiesto perché volevo fare questo lavoro. Io ho detto semplicemente che ero curioso. Ho passato l’esame ma dopo poco, conversando con uno degli esaminatori, mi sono sentito dire: “Bene gli scritti, bene gli orali, peccato per quella risposta un po’ naif, poco strutturata…”. Ma era la verità. Quando sono diventato direttore della “Stampa” mi sono preso la rivincita: ho incentrato il mio primo editoriale proprio sulla curiosità e su dove questa mi ha portato».

Oggi il direttore di un grande giornale deve essere più manager che giornalista. Non le mancano i tempi in cui invece di occuparsi di organizzazione si trovava davanti al computer e doveva “buttare giù” un pezzo?
«Certo, mi manca il rapporto con “la strada”, ma è compensato oggi da un piacere diverso. Il gusto di organizzare e presentare le informazioni in modo da poter orientare la comprensione di quello che accade. Tenendo sempre fermo un punto che tutti quelli che fanno giornali non dovrebbero mai dimenticare: tutto deve essere fatto avendo il lettore come obiettivo unico. È lui il nostro editore, noi lavoriamo, dobbiamo lavorare per lui».
Che cosa fa Mario Calabresi per rilassarsi?
«Purtroppo ho poco tempo libero, leggo molto, vado al cinema… ma la mia più grande passione restano comunque le mostre di fotografia».
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(Articolo pubblicato su “Pleiadi” CrevalMagazine numero 59 – Ottobre 2011)