Camcom di Pesaro e Urbino: «Puntiamo sui giovani!»

Camcom di Pesaro e Urbino: «Puntiamo sui giovani!»
Alberto Drudi è il presidente della Camera di Commercio di Pesaro e Urbino, nonché presidente di Unioncamere Marche.

Presidente Drudi, quali sono i settori trainanti del vostro territorio?

«Il nostro è un mondo imprenditoriale formato da 177mila imprese medio-piccole – il 95% è al di sotto dei 10 dipendenti –, costituito soprattutto da artigianato, commercio, servizi, turismo. Ma ci sono anche imprese leader in vari settori
come quelli dell’arredamento, della meccanica, della luce e delle calzature».

Quali sono le caratteristiche dell’imprenditore marchigiano?

Alberto Drudi
Alberto Drudi

«La credenziale migliore dei nostri imprenditori è la progettualità, portata avanti soprattutto nel medio e lungo periodo, cui si aggiunge la tendenza a operare in sintonia e sinergia con il contesto territoriale e con i fattori chiave dell’economia regionale. Il nostro sistema d’imprese è nato negli Anni 60 da piccole attività artigianali che oggi sono diventate imprese leader che hanno investito in uomini, progettualità e soprattutto in dinamismo e coraggio. Un’attività che oggi viene riconosciuta come “Made in Marche” e che ha forti contatti con economie mondiali in crescita, come quella cinese, quella indiana e quella brasiliana. Una proiezione sui mercati mondiali che viene agevolata, nella nostra regione, da una forte sinergia esistente tra sistema istituzionale e imprenditoriale».

Qual è la situazione delle Marche dal punto di vista occupazionale?

«Nelle Marche registriamo un tasso di disoccupazione molto più basso rispetto ad altre regioni d’Italia, attorno al 6,6% (contro la media nazionale di 8,8%). Un dato che dice che ci stiamo muovendo nella giusta direzione, anche nel rapporto
con gli istituti di credito locali, per fare un esempio, rapporto basato su un profilo umano, che valuta la validità del progetto e non la sola convenienza economica. Grazie anche a questo, le nostre imprese hanno potuto investire e mantenere un livello occupazionale più alto rispetto ad altre realtà territoriali. Poi bisogna anche
dire che le piccole imprese tendono a licenziare meno, da questo punto di vista siamo quindi agevolati».

Qual è l’attività della vostra Camera di Commercio a sostegno delle realtà produttive del territorio?

«Ci muoviamo, da sempre, su più settori. Su un bilancio annuale di circa nove milioni di euro (prevalentemente destinati a svolgere le funzioni che ci affida con legge lo Stato), quattro li reinvestiamo sul territorio: nel rapporto con le associazioni territoriali e di categoria, nei progetti per rilanciare alcuni settori o di formazione e ricerca, nei rapporti con altri mercati, anche legati ai settori del turismo o dell’agroalimentare. Per migliorare la nostra offerta di sostegno alle imprese, come Camera di Commercio stiamo cercando di unificare alcune attività, così da riuscire ad abbattere i costi, ma anche di aumentare la qualità deiservizi alle nostre imprese».

E per quanto riguarda il mercato definito “globale”, che cosa dite ai vostri imprenditori?

«Stiamo attenti a cogliere le nuove opportunità provenienti dall’estero, cercando di capire come si evolvono i mercati e, soprattutto, che cosa vogliono le nuove generazioni, le nostre ma anche quelle dei Paesi in via di sviluppo. Agli imprenditori consigliamo di guardare oltre i mercati europei, perché il mondo oggi è più vicino, le distanze si sono azzerate e le opportunità sono aumentate. È
un mondo fatto per i giovani, che conoscono le lingue e sanno muoversi abilmente in ambito tecnologico. Per questo li sosteniamo, certi che con coraggio e intelligenza possano affrontare e vincere queste nuove sfide».
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(articolo pubblicato su “Pleiadi – Creval Magazine” n. 60/Aprile 2012)
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Chicco: «Bambini, siamo qui per voi»

ChiccoA Grandate, vicino a Como, c’è un luogo dove si progetta la felicità dei piccoli di tutto il mondo. Creato 65 anni fa, mantiene ancor oggi gli stessi valori voluti dal suo fondatore, Pietro Catelli.
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Tutto ha inizio in un garage di Grandate, vicino a Como, nel 1946. La guerra è appena finita e un uomo, Pietro Catelli, decide di mettersi in proprio nella vendita di prodotti farmaceutici. È un bravo venditore e comincia a farsi conoscere e apprezzare dalla gente girando la zona con la sua bicicletta, per proporre i suoi prodotti. E, intanto, nella sua testa frullano molte altre idee, che non avrebbe tardato a mettere in pratica, ottenendo un successo mondiale.
MC_foto ufficiale 1Ne parliamo con il figlio, Michele Catelli, presidente e amministratore delegato del Gruppo Artsana, ereditato, insieme ai fratelli Enrico e Francesca, dal padre. Il suo ufficio è al primo piano dell’headquarter di Grandate, un’azienda che è anche una seconda casa per i suoi quasi mille dipendenti, un villaggio dove si lavora con serenità, pensando ai bambini di tutto il mondo.

Dottor Catelli, che cosa rimane oggi dell’insegnamento di suo padre Pietro, fondatore dell’Artsana e ideatore della linea Chicco, conosciuta e apprezzata dalle mamme e dai bambini di tutto il mondo?

«Rimane la sua forza interiore, la sua passione per il lavoro e la volontà di arrivare, di avere successo grazie alle sue idee e alla sua attività. Non per arricchirsi e acquistare potere personale, ma per dare felicità alle persone che aveva al suo fianco, dalla famiglia ai lavoratori che l’hanno accompagnato in tutta la sua avventura».

La cosa che più colpisce è la semplicità che da sempre caratterizza i prodotti da voi ideati e commercializzati, soprattutto quelli della linea per bambini. Sta tutto qui il segreto del loro successo?

«Anche qui le idee di nostro padre sono la base da cui siamo sempre partiti. I prodotti sono frutto dell’osservazione. La linea Chicco è nata proprio così, dall’osservazione che mio padre prestava a mia madre alle prese con il loro primogenito, mio fratello Enrico. Da qui sono nate le sue migliori idee, frutto del desiderio di trovare soluzioni pratiche per problemi pratici dei bambini piccoli. Una formula semplice, è vero, se la guardiamo con gli occhi di oggi. Ma ai tempi, erano i primi anni Sessanta, voleva dire saper “guardare avanti”, riuscire a interpretare le esigenze e le difficoltà delle mamme per offrire loro soluzioni».

Veniamo ai giorni nostri. In Italia la Chicco è ormai più che un’istituzione. Ma la qualità dei vostri prodotti viene esportata anche all’estero. Con quali risultati?

«Chicco è un master brand cross category nel mercato italiano Baby Care e registra una forte espansione sul mercato internazionale. In questo momento siamo presenti in oltre 120 Paesi distribuiti in tutto il mondo. Il fatturato Chicco è dato per il 40% dall’Italia, seguita da Europa (30%), Sud America (13%) e Paesi emergenti (17%)».

La capacità di “guardare avanti” dell’Artsana non si ferma mai. Nel 1994, con grande anticipo su tante altre grandi aziende europee, siete sbarcati a Hong Kong e oggi i vostri prodotti sono sempre più venduti anche nella parte orientale del mondo. Allora è possibile affrontare i mercati emergenti addirittura a casa loro…

«Sì, da quel 1994 in cui Artsana creò una filiale produttiva a Hong Kong al servizio del mercato europeo, di acqua sotto i ponti ne è passata davvero tanta. A tal punto che oggi il mercato asiatico è uno di quelli che, per il nostro Gruppo, fa registrare il maggior incremento».

Nel vostro headquarter di Grandate lavorano oltre mille persone ed è paragonabile a un paese. C’è il ristorante, l’asilo nido “Villaggio dei Bambini”, il Negozio Chicco più grande del mondo e anche il Museo del Cavallo Giocattolo. Questo vuol dire che nel 2000 è ancora possibile creare un rapporto umano tra azienda e lavoratori?

«L’impostazione è la stessa che volle mio padre, fin dagli inizi della creazione di Artsana. Tra la nostra azienda e i suoi lavoratori è sempre esistito un rapporto che non è quello semplice che si viene a creare tra imprenditore e dipendente. Possiamo dire che il rapporto umano fra Artsana e i suoi dipendenti trova espressione nella mission “Solid Passion for life”, frase che rappresenta la sintesi dei valori che guidano il Gruppo: passione, qualità della vita, innovazione, integrità, concretezza e rispetto».

Il vostro Gruppo è in costante crescita. Quali obiettivi vi prefiggete per il futuro? Quali nuovi prodotti pensate di creare e mettere in commercio?

«Vogliamo proseguire con successo l’espansione intrapresa nei Paesi emergenti. La costante innovazione è alla base dello sviluppo dei prodotti – ogni anno vengono pensati e realizzati più di 200 nuovi progetti – ed è affidata a un network multifunzionale costruito su forti competenze interne e che si avvale anche della collaborazione con università, scuole di design, centri di formazione alla creatività e fondazioni. Da sempre diamo largo spazio alla capacità di ideare e creare dei nostri tecnici e puntiamo sulla ricerca, perché pensiamo siano elementi, questi, che non possono mancare per decretare il successo di un prodotto».

La favolosa storia del fondatore Pietro Catelli

Pietro Catelli_sfondo aziendaAncora oggi, a tanti anni di distanza, l’Artsana è proprio come l’aveva voluta il suo fondatore, Pietro Catelli. Era un uomo tutto d’un pezzo, dice chi l’ha conosciuto, con una grande voglia di arrivare e con un’innata capacità di fare marketing. Ma, soprattutto, con grandi idee nella testa, che l’hanno portato a creare dal nulla un’azienda leader nel mondo, che ancora oggi fa dell’innovazione e del rispetto per i clienti le regole alla base di tutto. Sono proprio questi valori che fanno sì che ancor oggi, a 65 anni di distanza, l’Artsana sia portata a modello in tutti i consessi industriali. Lui, il Cavaliere del Lavoro Pietro Catelli non c’è più, se n’è andato a inizio 2006, ma la sua opera è mantenuta in vita dai figli, continuatori delle sue idee e dei suoi valori. E, per ricordare questa figura di imprenditore di altri tempi, la famiglia ha deciso di pubblicare un libro scritto dal giornalista Luca Masia, “Il signor Chicco”, in cui viene illustrata l’umanità che ha caratterizzato quest’uomo e il rispetto che ha suscitato in tutti coloro che hanno avuto la fortuna di lavorare con lui.

Un “Chicco di Felicità” per i piccoli in difficoltà

Foto Chicco Felicità_con bustinaChicco collabora da oltre 10 anni con Ai.Bi. – Associazione Amici dei Bambini, organizzazione umanitaria internazionale che difende il diritto alla famiglia e alla felicità di ogni bambino. È nato così il progetto “Chicchi di Felicità per bimbi speciali”, volto a sostenere l’adozione di minori con particolari esigenze, legate all’età (minori con più di 7 anni), a gruppi numerosi di fratelli, a problemi di salute di varia natura. Simbolo del progetto è il Chicco di Felicità, una medaglietta in acciaio cromato, segno dell’impegno di tutti coloro che lo indossano a favore dell’infanzia in difficoltà. È possibile acquistarlo nei Negozi Chicco in Italia, al prezzo di 3 euro, scegliendo così di unirsi agli oltre 70mila testimonial che già hanno scelto di indossarlo.
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(Articolo pubblicato su “Pleiadi” Creval Magazine n. 60, aprile 2012)

Nuovo Polo Fiera di Milano, verso nuovi orizzonti

Fiera_MilanoIl nuovo Polo di Fiera Milano è studiato logisticamente per essere integrato con il territorio: ci saranno alberghi, un centro commerciale e tanto verde. E intanto in città proseguono molte manifestazioni fieristiche.

 

La data è fissata: 2 aprile 2005. Quel giorno verrà inaugurato il Nuovo Polo di Fiera Milano, a Rho-Pero. Il Nuovo Polo sarà – insieme al Polo Urbano, quello di oggi, per intenderci – uno dei più importanti sistemi fieristici al mondo.

Un investimento consistente, un’opera pensata per consentire lo svolgimento contemporaneo di più manifestazioni, anche di genere diverso da quello fieristico. Non solo, decentrandone la collocazione, è prevista anche l’agevolazione di quell’enorme flusso di persone e merci che solitamente porta ripercussioni sul, già di per sé caotico, traffico cittadino milanese.

Servizi e funzioni

Il Nuovo Polo di Fiera Milano è studiato logisticamente per essere integrato con il territorio circostante: l’area sarà servita da parcheggi, aree verdi e numerose funzioni compatibili come alberghi, negozi, strutture per la ristorazione e il tempo libero. Queste occuperanno una superficie complessiva di 60mila metri quadrati di cui 37.500 destinati alle strutture alberghiere di categoria 3-4 stelle, 9mila a servizi quali ristorazione, fitness e spazi polivalenti, 13.500 alla realizzazione di una galleria con 150/200 negozi per la vendita di prodotti tipici e d’eccellenza della Lombardia.

I posti auto previsti sono 10mila vicini al recinto espositivo, più altri 10mila realizzati in un’area distante circa un chilometro e mezzo, sempre di proprietà di Fondazione Fiera e collegati con mezzi pubblici e privati.

L’investimento e il progetto

L’opera, un quartiere espositivo di assoluta eccellenza per dimensioni, funzionalità, dotazioni tecnologiche, che si colloca ai primissimi posti nell’offerta espositiva a livello mondiale, è stata completamente autofinanziata da Fondazione Fiera Milano,  con un investimento di 750 milioni di euro il cui finanziamento è stato concesso da un pool di istituti bancari guidato da Banca Intesa.

Il progetto scelto per la realizzazione dei padiglioni del Nuovo Polo è stato ideato dal noto architetto Massimiliano Fuksas.

Un colosso chiamato Fiera

Il polo fieristico di Rho-Pero è stato pensato per soddisfare in modo ottimale le esigenze di espositori e visitatori, consentire lo svolgimento contemporaneo di più manifestazioni, anche non strettamente fieristiche, agevolare l’enorme afflusso di persone e merci.

Si tratta di un vero e proprio colosso: 6 grandi padiglioni su un piano e 2 su due piani, che renderanno disponibile una superficie espositiva lorda totale di circa 345mila metri quadrati coperti; 13 reception informatizzate; 20mila posti auto (di cui 3mila in due strutture multipiano); 74 sale per meeting e congressi; un’ottantina di punti di ristorazione; una concezione architettonica di grande forza e bellezza, la cui espressione più spettacolare è un’onda di acciaio è cristallo lunga oltre un chilometro, che fa da copertura al viale centrale lungo il quale saranno collocati i padiglioni e le strutture di servizio show room.

Qui Fiera Milano trasferirà dal 2006 il baricentro della sua attività, dopo aver testato e messo a punto le strutture con alcune prime manifestazioni già l’anno prossimo.

Da quel momento sarà questo quartiere all’avanguardia a ospitare la maggior parte delle esposizioni milanesi, e in particolare quelle tecniche di maggiori dimensioni e dalla logistica molto complessa.

Altre mostre, soprattutto quelle che vivono in simbiosi con la città, manterranno invece la precedente location, poiché resterà in attività la parte più moderna e funzionale del quartiere espositivo attuale, per circa 125mila metri quadrati espositivi, così come attivo resterà il Centro Congressi.

Fiera Milano verrà così a disporre di un potenziale espositivo che si qualifica tra i primi al mondo per dimensioni e qualità, articolato su due grandi quartieri – collegati l’uno all’altro dalla metropolitana – in grado di far fronte in modo ottimale alle diverse esigenze delle manifestazioni e dei settori economici rappresentati.

Fiera Milano quotata in Borsa dal 2002

Il nuovo quartiere è l’ultimo atto dell’impegnativo processo che negli ultimi anni ha radicalmente cambiato posizionamento di business, assetti societari e modalità organizzative di Fiera Milano.

Il posto del vecchio ente è infatti ora occupato da una società per azioni quotata in Borsa dal dicembre 2002. Il campo d’azione di Fiera Milano si è nel frattempo allargato ai servizi espositivi e all’organizzazione di mostre e congressi. Oggi si tratta di un gruppo articolato in cui fanno capo a Fiera Milano SpA una quindicina di società che coprono tutti i segmenti della fiera espositiva: fornitura di allestimenti – settore in cui Fiera Milano è il primo operatore italiano – e congressistica, ristorazione ed editoria tecnica, internet e organizzazione di manifestazioni, fino alla promozione del Made in Italy.

Una realtà unica nel panorama espostitivo internazionale che – come dimostrano i bilanci – macina utili. E che potrà contare sull’ulteriore spinta del più moderno e funzionale complesso espositivo al mondo.

 

(articolo pubblicato su “Dossier la nostra economia” – Inserto realizzato a cura di OPQ concessionaria per la pubblicità nazionale di: “L’Eco di Bergamo”, “Giornale di Brescia”, “La Provincia di Como”, “La Provincia di Lecco”, “La Provincia di Sondrio” – Gennaio 2005)

 

 

 

Andare con le ciaspole, uno sport per vivere la montagna da vicino

ciaspole

Da qualche anno, tra gli sport invernali se n’è aggiunto uno di antichissima provenienza. Sempre più appassionati della montagna, infatti, decidono di dedicarsi alle “ciaspole”, le racchette che, messe ai piedi, consentono di camminare nella neve fresca e, soprattutto, incontaminata.

Un nuovo modo di godere le bellezze dei panorami montani, che ha origini che si perdono nella notte dei tempi: da almeno mille anni, infatti, le popolazioni del Nord America si servono di questi strumenti per i loro spostamenti nella neve.

Ma oggi le vecchie racchette in legno e bambù sono divenute supporti in metalli superleggeri, estremamente robusti e facili da usare. Una rivoluzione tecnica che ha comportato la diffusione attuale di questo genere che sta a metà tra lo sport e l’escursionismo, adatto a tutte le età e, quando viene osservato il rispetto che è regola fondamentale dell’andare in montagna, a tutti i gradi di preparazione fisica.

 

L’ambiente ideale

La Valtellina e le sue valli laterali sono tra le zone di montagna più pronte ad accogliere questo nuovo stuolo di praticanti. I pendii, i prati innevati, i boschi di queste montagne rappresentano l’ambiente ideale per praticare lo sport delle ciaspole a ogni livello. Si passa dalle salite più morbide, accessibili a tutti, alle ascese più tecniche riservate agli atleti. Il tutto circondato da panorami mozzafiato, in grado di cambiare e sorprendere ogni volta di più.

Ma andiamo per gradi e scopriamo che cosa significhi, veramente, andare con le “ciaspole”. Significa vivere la montagna in un modo differente, rispettoso e meno invasivo di quanto lo possa essere la pratica dello sci alpino, o dello sci di fondo, spesso svolti su piste o percorsi gioco forza affollati. Se vogliamo, questo sport si avvicina in qualche modo allo sci alpinismo, senza però richiedere la preparazione specifica che è propria di questa discipli-na, difficile e, in alcuni casi, estrema.

Con le ciaspole si possono percorrere sentieri innevati, stradine di montagna, percorsi che attraversano i più fitti boschi. Tutto nel silenzio più assoluto, quasi in “punta di piedi”, riuscendo a cogliere appieno le bellezze che si incontrano sul proprio cammino. Anzi, andando con le ciaspole in qualche modo si diviene protagonisti di tale bellezza, ci si sente parte integrante del bellissimo sistema montano circostante.

L’abbigliamento

Non dimentichiamo che siamo in montagna, spesso in luoghi isolati e posti ad alcune ore dal più vicino rifugio. Per questo, come per ogni altro sport invernale, è importante essere ben equipaggiati.

Prima regola: coprirsi bene! Cominciando dalla maglietta, che deve essere termica, trattenere il calore corporeo e al tempo stesso lasciare traspirare la pelle. Meglio averne sempre una di ricambio nello zainetto. Sopra, un pile o un maglione, possibilmente antivento, comunque abbastanza pesanti. Per i momenti di sosta, o in caso di freddo intenso, una giacca impermeabile ma leggera, che possa essere ripiegata e messa nello zaino. Vale la regola del vestirsi, come si suol dire, “a cipolla”, cioè con molti strati che possono essere tolti o messi a seconda della temperatura o dell’esigenza.

I pantaloni possono essere anche quelli da sci, per le calze meglio evitare quelle di lana. Sopra le scarpe, che devono essere alte, come quelle da trekking (meglio se in gore-tex), ideali sono le ghet-te, spesso incorporate nei pantaloni.

Infine occorre scegliere bene i guanti, che devono essere caldi (quelli senza dita mantengono meglio la temperatura), il berretto, gli occhiali da sole e le creme di protezione dai raggi solari.

Nello zaino, piccolo ma capiente, oltre alla seconda maglietta meglio avere i ricambi di calze e guanti oltre a una copertina termica per le emergenze.

 

L’attrezzatura

In commercio si trovano ciaspole di tutti i tipi, adatte a tutte le esigenze e… a tutte le tasche. Possono essere in plastica o in alluminio e la loro dimensione varia in base al peso corporeo di chi le utilizza. Meglio scegliere quelle con la chiusura a “cricchetto”, che ben fissano la scarpa alla piastra d’appoggio.

L’uso dei bastoncini è indispensabile. In lega leggera, devono avere il piattello abbastanza largo, per non affondare nella neve. Ottimi sono quelli telescopici, a due o tre segmenti.

 

Prima regola: la sicurezza

Con la montagna non si scherza! Anche se si tratta di escursioni senza troppe difficoltà, le escursioni termiche e il freddo possono essere pericolosi per chi si avventi senza cognizione lungo pendii o canaloni.

Per prima cosa, dunque, non bisogna farsi sorprendere dal freddo. In secondo luogo non bisogna mai perdere l’orientamento: in caso di dubbio, meglio tornare sui propri passi. Il pericolo maggiore, però, deriva dalle valanghe. Prima di mettersi “in cammino” bisogna seguire le indicazioni del bollettino valanghe (www.arpalombardia.it/meteo o tel. 848 837077) e ascoltare bene le previsioni meteorologiche.

Meglio ancora affidarsi a una guida alpina o comunque a qualcuno che conosca bene la zona e il percorso prescelto. In ogni caso, mai avventurarsi da soli e quando si è in gruppo, sui pendii aperti e ripidi, ricordarsi di procedere distanziati l’uno dall’altro.

 

(Articolo pubblicato su Pleiadi, magazine del Gruppo bancario Credito Valtellinese, ottobre 2011)

Ecco la Stazione Centrale di Milano che vedremo nel 2008

Stazione_Centrale_Milano4La trasformazione da luogo di passaggio a punto di incontro e di riferimento commerciale per viaggiatori e cittadini.

La stazione ferroviaria non più come semplice luogo di arrivo o di partenza, ma come punto di riferimento dell’intera città. Questo l’ambizioso proposito che si è posta “Grandi Stazioni”, la società di servizi del Gruppo Ferrovie dello Stato incaricata di riqualificare i 13 principali scali ferroviari italiani. Un lavoro di proporzioni mastodontiche, in considerazione del fatto che le strutture su cui si vuole intervenire hanno dimensioni e complessità strutturali fuori dal comune.

Basti pensare alla Stazione Centrale di Milano e agli interventi di restauro e riqualificazione che la stanno interessando e che termineranno nel marzo 2008. Poco più di due anni, i lavori sono iniziati nel gennaio 2006, per regalare allo scalo milanese un nuovo aspetto. Non solo restauro, per essere subito chiari, ma un intervento globale che modifica in modo deciso l’aspetto e la funzionalità dei diversi ambienti che la compongono.

Un progetto nato tra le polemiche

Un progetto che, al momento, della sua presentazione, aveva fatto storcere il naso a più di uno, tanto da portare, nel 2005, alla stesura di un appello firmato da 50 personalità e 19 associazioni milanesi in cui si chiedeva di modificare alcuni interventi. Il timore era quello di vedere l’amata stazione meneghina – recenti rilevamenti hanno sottolineato che i milanesi amano molto questo luogo – deturpata da interventi volti si alla funzionalità, ma poco rispettosi degli elementi architettonici e decorativi voluti e creati, alla fine degli Anni ’20, dal progettista Ulisse Stacchini.

Grandi Stazioni assicura che nulla verrà sacrificato. “Il progetto coniuga il ripristino della qualità architettonica e i valori spaziali di questo grande complesso monumentale – si legge nella pubblicazione “Il progetto di restauro della Stazione di Milano Centrale” – con l’ammodernamento dei servizi erogati al pubblico”.

Superfluo aggiungere che gli interventi, posti sotto la supervisione del Direttore dei lavori Antonio Acerbo, sono controllati e condivisi dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, nonché dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici di Milano.

Ma vediamo in che cosa consistono questi interventi, suddividendo la Centrale nei tre grandi ambienti di servizio posti al di qua dei binari.

La sala delle carrozze

È quella più esterna, che subirà i maggiori cambiamenti. Anzitutto sparirà il transito e il parcheggio dei taxi, che verranno spostati lateralmente, all’esterno della struttura.

Il grande atrio, le cui volte sono poste a 28 metri di altezza, diventerà un grande spazio pedonale, cui si potrà accedere lateralmente o attraverso le uscite della metropolitana, non più sistemate dove sono adesso (con le uscite in parte all’aperto, a ridosso della facciata) ma ai due lati del salone.

Stazione_Centrale_Milano1

Non più scale mobili, inoltre, ma tapis roulant, più rispettosi e comodi per chi si muove con bagagli ingombranti e, soprattutto, utilizzabili anche dalle persone con invalidità.

Una particolarità che accomuna questa alle altre sale: le pareti e la volta all’occhio appaiono costruite nel medesimo materiale, marmo splendente (soprattutto dopo la pulitura!). Ma non è così: il materiale nobile raggiunge solo il livello delle grandi vetrate (poco più di tre metri di altezza): da lì in su è tutto travertino. Un ingegnoso sistema per rendere pareti e volta più leggere e, perché no, visto il periodo non certo florido in cui la Stazione Centrale è stata innalzata – quello degli Anni ’20-’30 del secolo scorso – per risparmiare non poche lire.

L’atrio delle biglietterie

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Potremmo chiamarlo, ormai, “atrio ex biglietterie”. Perché questa sala, la più ampia in altezza visto che le volte sono poste a oltre 40 metri dal suolo, verrà riservata all’accoglienza e potrà essere utilizzata per ospitare mostre e avvenimenti di vario genere.

La parete dove oggi sono poste le biglietterie verrà “sfondata”. Da qui si accederà a un nuovo spazio, ottenuto recuperando la parte finora più segreta della stazione, quella che sta sotto i binari, che in passato ospitava depositi e locali di servizio per i ferrovieri. Qui verranno poste le nuove biglietterie, gli uffici di servizio e, grande novità, un’ampia sezione riservata allo spazio commerciale, con negozi e grandi store che accoglieranno i viaggiatori in attesa ma anche i cittadini milanesi desiderosi di fare acquisti di ogni genere.

La sala di testa

Dal punto di vista decorativo è la più ricca, con le grandi tavole dedicate alle città d’Italia,  grandi lucernari e il pavimento decorato a mosaico. Da questa sala spariranno tutto gli esercizi commerciali “posticci”, che ne occupano la superficie con efetti devastanti dal punto di vista estetico.

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Già oggi è possibile immaginare quanto incideranno i lavori di strutturazione. Grazie a un sistema di ponti meccanizzato, che si sposta lungo la volta man mano che gli interventi vengono effettuati, grandi porzioni del salone ci appaiono già nel loro nuovo splendore: vetrate luminose, pareti e volta interamente ripulite, tevaole delle città cui sono state restituite le brillanti tonalità delle origini. Niente a ceh vedere, insomma, con ciò cui eravamo abituati.

Dalla biglietteria si accederà alla sala superiore attraverso due tapis roulant. Per la loro posa verranno rimosse grandi porzioni di mosaico. «Non andranno perse – assicurano i responsabili dei lavori di restauro –: saranno somtate e ricostruite in altre posizioni senza intaccarne la qualità. E i tasselli che avanzeranno verranno utilizzati per coprire i molti “buchi” che nel tempo si sono venuti a creare un po’ ovunque».

Grandi Stazioni SpA

Tutto è cominciato nel 2000 con lo scalo Roma Termini

Grandi Stazioni SpA è la società appartenente al Gruppo Ferrovie dello Stato cui è stato affidato il compito di gestire e riqualificare le 13 principali stazioni ferroviarie del nostro Paese. Scali che sono ben distribuiti sul territorio nazionale, da Palermo a venezia.

Eccoli nel dettaglio: Roma Termini, Milano Centrale, Torino Porta Nuova, Firenze Santa Maria Novella, Bologna Centrale, Napoli Centrale, Venezia Mestre, Venezia Santa Lucia, Verona Porta Nuova, Genova Piazza Principe, Genova Brignole, Palermo Centrale e  Bari Centrale.

La società ha un 40% di partecipazione privata. Se infatti il 60% dell’azienda è detenuto dal Gruppo FS, al quale Grandi Stazioni è legata da un contratto quarantennale, la porzione restante fa capo a EuroStazioni SpA, gruppo di cui fanno parte Benetton, Pirelli, Caltagirone e SNFC Socité Nationale des Chemins de Fer.

Il primo intervento di Grandi Stazioni ha interessato lo scalo di Roma Termini, nel 2000, in occasione del Giubileo. Un banco di prova che, come sottolinea Enrico Aliotti, amministratore delegato della società, ha «decretato a livello internazionale la validità del modello di gestione messo a punto». Modello che, a partire dalla fine del 2002, Grandi Stazioni ha inoltre deciso di esportare all’estero, acquisendo la riqualificazione e la gestione della Stazione Centrale di Praga e dei due scali principali della Boemia, quelli di Karlovy Vary e di Marianske Lazne.

Per quanto riguarda gli scali ferroviari italiani, il progetto di intervento prevede un investimento complessivo, per i prossimi anni, di circa 600 milioni di euro, che verranno utilizzati per il rinnovo delle aree interne ed esterne dei complessi.

(articolo pubblicato sul quotidiano “Cronaca Qui” di mercoledì 19 settembre 2007)

Bufale, quando l’informazione disinforma

 

informazione_disinformaChe cos’è una bufala? Un animale con grosse corna che vive in Maremma, dirà qualcuno. Una mozzarella dal sapore forte e gustoso, risponderà qualcun altro.

Giusto, ma non solo. In gergo giornalistico tale termine indica una notizia che si rivela totalmente infondata; un classico, a volte tragico, errore di chi scrive. Ma la bufala è sempre e solo un errore, dovuto alla disattenzione, alla pigrizia o alla cattiva informazione del giornalista? Non è forse, a volte, il frutto di un losco disgeno ideato da taluni per cercare una situazione di disgio nel confronto di altri?

Abbiamo posto questo interrogativo ad alcuni addetti ai lavori e il quadro che ne sce non è dei più consolanti.

«Il giornalismo è una scienza imperfetta – attacca Beppe Severgnini, inviato e opinionista del Corriere della Sera e dell’autorevole rivista inglese The Economist – si ha sempre fretta, i tempi sono ristretti e le notizie non sempre facilmente controllabili: gli errori sono possibili. Le bufale non mi preoccupano, temo di più le bestie – scherza Severgnini –. È il giornalista che deve capire se sia il caso di pubblicare un’informazione non sicura al cento per cento. Le conseguenze possono essere anche tragiche e, nella maggior parte dei casi, nemmeno una smentita può porvi rimedio. Il grande Missiroli diceva: “Una smentita è una notizia data due volte”, condivido la sua analisi».

«Bisogna distinguere tra le bufale che riguardano la cronaca e quelle politiche – allarga il discorso Giorgio Lazzarini, inviato del settimanale Chi –; riguardo le prime, credo che nessuno sia così ingenuo da crearle di proposito, rischiando una querela. La loro causa è la fretta, credo nella buona fede della maggior parte dei miei colleghi. I pochi sconsiderati che usano informazioni senza fondamento per creare scoop sono l’eccezione, non la regola. La questione è diversa se entriamo nel mondo della politica. Qui assistiamo giornalmente ad attacchi a personaggi pubblici, basati su vicende del tutto inventate destinate a sgonfiarsi in breve tempo».

Quindi esiste la bufala, diciamo così, volontaria? Daniele Vimercati, direttore del rinato settimanale Il Borghese, non è così categorico: «Nonostante l’apparenza, non sempre è così. Spesso il lettore e i colleghi vedono complotti anche dove non ci sono: molte volte si tratta di puri errori tecnici. Credo che la pigrizia e la poca umiltà di chi scrive siano le maggiori cause della cattiva informazione».

Di ben altro avviso è, invece, Umberto Gay, giornalista-politico, capogruppo di Rifondazione Comunista al Comune di Milano: «Negli ultimi quindici anni questi fenomeni di pressapochismo giornalistico sono aumentati vistosamente. Alla base di ciò ci sono due motivi: la pressione degli editori che guardano alla quantità di copie vendute più che alla qualità del prodotto e la progressiva perdita di professionalità di chi scrive: la ricerca delle verifiche è ormai considerata un optional. Penso alle “brillanti operazioni”, agli “avvisi di garanzia”, agli “scandali politici” e via dicendo: la maggior parte di quello che leggiamo o ascoltiamo viene smentito dopo pochi giorni…

Così la pensa anche Don Armando Cattaneo, direttore di Circuito Marconi, network delle emittenti diocesane: «Incompetenza e fretta, queste le cause. Oggi i giornali si fanno davanti ai terminali, si è perso ogni contatto con la gente, con la realtà; se poi aggiungiamo la mancana di professionalità di alcuni signori, il quadro è completo».

 

Articolo pubblicato sul mensile “Informare”, marzo 1997

Tiziano Sclavi, l’uomo da un milione di copie

img_8554Tiziano Sclavi, creatore di Dylan Dog, il personaggio del fumetto che ha riscosso più successo di sempre in Italia, ci racconta come è diventato sceneggiatore di fumetti e ci parla della sua grande passione di oggi, quella per gli animali.

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Se devi andare a intervistare Tiziano Sclavi, ti immagini di dover superare ostacoli di ogni genere e natura, varcare porte che conducono all’ignoto, combattere con zombie e fantasmi che spuntano un po’ ovunque. Perché Sclavi, che di cose nella vita ne ha fatte davvero tante, è conosciuto soprattutto per essere il creatore di Dylan Dog, il personaggio dei fumetti più famoso d’Italia (insieme a Tex), protagonista di storie horror vissute in una Londra gotica e dalle mille sorprese.

Ti immagini tutto questo e ti rassicuri solo quando vedi quel tranquillo gentiluomo di campagna che, insieme alla moglie e ai loro sette amici a quattro zampe, ti viene incontro sorridente. Niente zombie, ti dici, meno male… e puoi così cominciare la tua intervista.

Cominciamo proprio da questi simpaticissimi cani. Una grande passione, lo si capisce, e forse anche una scelta di vita…

«Sì, dopo tanti anni vissuti in città, a Milano, venire a stare in campagna ci ha dato la possibilità di scoprire queste meravigliose creature. Viviamo qui insieme a sette cani e a due gatti, che rischiano ogni volta di aumentare di numero perché i nostri amici, che conoscono la nostra passione, ci portano cuccioli a ripetizione e io tendo a innamorarmene al primo colpo. Ma devo dire che l’amore è totale per tutti gli animali. Ecco, forse escluse le zecche e le zanzare…».

Una passione che si sta trasformando in qualcosa di utile per tutti i nostri amici a quattro zampe. Ce ne vuole parlare?

«Da sempre ho cercato di aiutare un po’ tutti gli animali in genere, con donazioni ad associazioni che a vario titolo si occupano di loro. Ma adesso abbiamo deciso, mia moglie e io, di fare qualcosa di più, cioè creare una fondazione che venga gestita da veterinari di fama internazionale e che si occupi della ricerca per le malattie cardiopolmonari di cani e gatti. Si chiamerà “Fondazione Otto” dal nome del nostro primo cane, salvato da una terapia che in genere non viene utilizzata sugli animali».

Come si combina questo amore smisurato per gli animali con quello per l’horror?

«Ma… finché negli horror ammazzano le persone mi va bene, se ammazzano gli animali un po’ meno!  Anche se questo è un cliché quasi inevitabile, nel cinema di quel genere. Fateci caso, se in un film c’è una famiglia con il cane, il primo a morire sarà proprio l’animale. Non se ne può davvero più…».

Parliamo dei suoi esordi. Quando ha capito che poteva diventare uno sceneggiatore di fumetti?

«Molto presto. Ho sempre amato i fumetti, tanto che da bambino volevo fare il disegnatore, anche se non ne avevo le capacità. La voglia di scrivere le sceneggiature mi è venuta leggendo Linus, la rivista di fumetti degli Anni ’60 su cui scriveva gente come Oreste Del Buono e Umberto Eco. Avevo 14 anni e già scrivevo racconti. In seguito ho cominciato a collaborare con il Corriere dei Ragazzi, dove ho trovato persone che mi hanno dato fiducia e hanno influito molto sulla mia formazione come Grazia Nidasio (creatrice di Valentina Melaverde, ndr) e Alfredo Castelli, che mi chiese di scrivere alcune storie dei suoi personaggi, “Gli Aristocratici”. A un certo punto sono stato assunto dal Corriere, al posto di un certo Ferruccio De Bortoli, che lasciò la testata dei piccoli per entrare in quella dei grandi…».

E poi c’è stato il passaggio alla Bonelli, la casa editrice per cui da lì a qualche anno avrebbe creato Dylan Dog. Come ci arrivò?

«Collaboravo con loro già da un po’ di tempo. Un giorno sono andato lì e ho chiesto: “Non avete un posto per me?”. Ce l’avevano. All’inizio eravamo in tre: Sergio Bonelli, un grande amico che mi manca tanto, il direttore Decio Canzio e io. Erano i primi Anni ’80, un’epoca non tanto buona per i fumetti. Dopo qualche scelta editoriale non proprio felice abbiamo deciso di pensare a nuove serie per i nostri album. È così che è nato Dylan Dog».

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Il primo numero di Dylan Dog
Un successo strepitoso, anche un milione di copie vendute in un mese. Quando l’ha creato pensava che sarebbe andata così?

«No, nessuno poteva immaginarlo. Ma piacque subito, fu un successo davvero travolgente. Probabilmente quel personaggio ha saputo catalizzare su di sé le angosce, i malumori dei giovani del momento. Un’epoca in cui l’horror riscuoteva un buon ritorno e si andava ad affermare lo splatter come genere nuovo».

A Dylan Dog ha fatto vivere le avventure più fantasiose, fantastiche e agghiaccianti. Da dove le sono venute, tutte quelle idee?

«Di sicuro non dalla vita reale… io non le ho certo vissute. Non so, forse uno un po’ ci è portato, poi aiutano le letture. E io ho sempre letto molto».

Non c’è il rischio che una personalità forte come quella di Dylan Dog finisca con prevalere, nel tempo, su quella del suo stesso autore?

«Prevalere no, ma influenzare certe scelte di vita, quello sì. Per fare un esempio, io non conoscevo l’heavy metal, genere molto amato, invece, da Dylan Dog. Ma con il tempo lui mi ha trasmesso la passione e sono diventato anch’io un amante di questa tipologia di musica…».

C’è un fumetto, nel panorama italiano e internazionale che avrebbe voluto creare lei?

«Ce ne sono tanti… forse i Peanuts, i personaggi di Schultz con Linus e Charlie Brown. Ma ho una certezza: se dovessi rinascere vorrei reincarnarmi in René Goscinny, il creatore di Asterix, Lucky Luke e molti altri. Lo considero un genio assoluto».

Qual è il futuro del fumetto? Se lo immagina, lei, Dylan Dog sul tablet?

«Come no! Sono un appassionato di tecnologia, ho strumenti digitali sparsi per tutta la casa, credo che in futuro sarà una cosa del tutto normale. Anche se credo, come diceva Sergio Bonelli, che il fumetto d’autore resterà comunque su carta e diventerà un prodotto d’élite, molto prezioso».

Per concludere, signor Sclavi, dica la verità: a lei un po’ gli zombie sono simpatici…

«Tutti i mostri mi sono simpatici, perché mi identifico. Perché, in verita, io sono i mostri!».

Il tutto accompagnato da un lampo improvviso negli occhi. Ecco, c’era da aspettarselo, altro che tranquillo gentiluomo di campagna

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(Articolo pubblicato su “Pleiadi” Creval Magazine n. 63, ottobre 2013)